di Mariateresa Fumagalli
A più di ottant'anni, un’età ragguardevole per l’epoca, ma non rara fra i monaci – la cui salute
era favorita dai disciplinati ritmi di lavoro e riposo e dalla dieta della vita monastica – moriva nel
monastero benedettino di Rupertsberg della diocesi di Magonza la badessa Ildegarda, sapiente
scrittrice, donna di potere e a mio parere filosofa. Uso questa parola deliberatamente rifiutando
il luogo comune che la definisce “visionaria”, termine senz’altro equivoco: gli scritti di Ildegarda
parlano, oltre che di teologia, soprattutto di quella che nel secolo XII si chiamava “filosofia della
natura” (poi “fisica”), della formazione del cosmo, delle qualità delle cose e degli eventi fisici e
di etica, condividendo gran parte del sapere e delle fonti dei suoi contemporanei maestri a
Chartres e Parigi. Oltre alla Bibbia e agli scritti dei Padri, la badessa di Bingen conosceva teorie
filosofiche e mediche antiche, e persino ermetiche, giunte a lei per vie che restano, a noi,
ancora ignote. Ildegarda afferma che «tutta la filosofia che nasce in Abramo» si realizza
attraverso la ragione e che lei «senza aver ricevuto istruzione e senza scuola ha compreso gli
scritti dei profeti e anche dei filosofi». Singolare e diversa è invece la forma dell’esposizione
scelta da Ildegarda, la visione: la narrazione potentemente visuale le è dettata, dichiara, da un
rivelazione inviatale dalla Voce, o dalla Luce. In essa Ildegarda «vede e custodisce nella
memoria», sperimenta e conosce la verità. Il suo stile - che lei definisce “semplice e rozzo“ e gli
studiosi moderni giudicano originale e potente – si compone sontuosamente fra immagini, colori
e simboli ed è dovuto anche al suo essere donna e come tale non autorizzata istituzionalmente
a insegnare nello spazio e con il linguaggio della scuola. Il suo messaggio dunque deve essere
garantito, legittimato, dall’Alto: ciò le assicurerà un‘autorità sempre più indiscussa, fino a
permetterle, nelle sue lettere, di dialogare con i potenti della terra e i dotti del suo tempo.
Ma che cosa vede e descrive, nei suoi scritti, Ildegarda? In Scivias, una delle opere maggiori,
espone la sua teologia, dalla creazione del mondo alla Caduta di Adamo, alla fondazione della
Chiesa e ai sacramenti; nel Liber de vita meritorum mette al centro del Cosmo la figura
dell’Uomo alato, simbolo della divinità eterna, immanente e operante nel mondo, «fuoco che
romba nascosto e bruciante e anima tutte le cose». Il tema ritorna nel De operatione Dei, la sua
opera più sistematica: Ildegarda illustra le potenti immagini di un mondo simbolico ricco di
analogie con alcuni aspetti centrali della cultura del secolo: l’uomo “operaio della divinità”; il
mondo come macrocosmo, materia vivente al pari dell’uomo microcosmo; l’Anima del mondo
e l’armonia delle sue parti; tutte riflessioni pervase dalla speranza di un accesso al divino che
passa attraverso l’umana ragione e l’umana virtù. La figura dell’Amore riconosce il mondo
come teofania e si identifica con l’opera della Ragione: «Mio è il soffio della Parola risonante
attraverso la quale la creazione nasce all’essere...».
All’interno di questo quadro rileviamo teorie particolari e sorprendenti come l’analisi originale
della differenza del temperamento melanconico nell’uomo e nella donna, contenuta
nell’esposizione della dottrina antica dei quattro umori e caratteri. «L’eccesso di umore
melanconico nell’uomo provoca lussuria e frenesia. Amaro, avido, privo di saggezza, carico di
senso di morte l’uomo melanconico desidera le donne ma non le ama e le assale come un lupo
di notte o un vento impetuoso che scuote le case: il suo abbraccio non dà tenerezza ... La
donna melanconica è poco resistente e i suoi pensieri mutevoli vagano qua e là. Dopo aver
fatto l’amore si sente sfinita e non sa parlare con dolcezza agli uomini che non ama veramente
nel profondo del cuore e che quindi si allontanano da lei. Talvolta il piacere dell’amore la invade ma per breve tempo e subito lo dimentica. Vive meglio, più forte e sana se non si
sposa...».
Notevole anche la valutazione acuta e positiva dell’amore fisico fra uomo e donna, anche qui
distinti nel piacere (delectatio): «l’amore dell’uomo è un ardore simile a un incendio che
divampa nel bosco, quello della donna assomiglia al caldo tepore che viene dal sole e fa
crescere i frutti...».
È bello e singolare che siano gli scritti di una monaca sapiente, grande protagonista della
cultura monastica, a rappresentare con tanta evidenza l’affermarsi di un nuovo linguaggio e di
un positivo atteggiamento che prende le distanze dalle tendenze ascetiche della cultura
altomedievale.
Fonte: enciclopediadelledonne.it
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