“ιατρός φιλόσοφος ισόθεος”
(Iatròs philòsophos isòtheos)
“Un medico filosofo è simile a un dio
(Ippocrate)

venerdì 27 settembre 2019



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Sul morire

Riflettere sulla morte. La maggior parte di noi si sforza di non farlo: la morte è un argomento sgradevole, spaventoso, che cerchiamo di bandire dalla nostra mente e dalle nostre conversazioni. Affidandoci a credenze e argomentazioni rassicuranti, ci convinciamo che la morte non è la fine di ogni cosa, che non siamo soltanto semplici corpi destinati a dissolversi nel nulla, oppure che l’anima esiste ed è immortale, che la vita è un dono così prezioso che il suicidio non può mai essere una decisione razionale e sensata. Soprattutto, che la morte rimane un mistero, profondo e insondabile.
Secondo Shelly Kagan, professore di Filosofia alla Yale University, tali credenze, sottoposte al vaglio della logica, si rivelano per quello che sono realmente: illusioni che abbiamo costruito per arginare le nostre paure più irrazionali. Infatti, sostiene Kagan, nonostante quanto affermino alcune grandi tradizioni filosofiche e religiose, noi esseri umani siamo soltanto macchine. Macchine stupefacenti, certo, capaci di amare, sognare, creare, progettare. Ma comunque macchine. E quando la macchina si rompe, tutto finisce. La nostra vita finisce. Ineluttabilmente. E dopo non c’è più nulla. Nessun mistero da svelare, nessuna luce bianca da raggiungere. Per quanto riguarda il morire, dunque, sembra non ci sia altro da dire. Ma se «il significato della vita sta nel fatto che finisce», come scriveva Kafka, se è vero che «si va in scena» una volta sola e che non è prevista una seconda chance, allora la morte diventa un momento eticamente cruciale, che decide della nostra intera esistenza e ci pone di fronte a domande impossibili da eludere: come dobbiamo vivere? Dobbiamo essere responsabili della nostra vita? Abbiamo il dovere di non sprecarla? Che cosa conta davvero? E come si devono affrontare questioni essenziali quali il fine vita, l’eutanasia, la moralità del suicidio?
Basato sulle lezioni tenute per diversi anni alla Yale University e diventate in seguito parte del progetto «Open Yale Courses», Sul morire si presenta come un raffinato esercizio intellettuale, stimolante e al tempo stesso provocatorio, divertente e tuttavia profondo. Dalla dottrina dell’anima di Platone al dualismo cartesiano, dalle riflessioni sul male della morte di Thomas Nagel agli esperimenti mentali di Robert Nozick, Kagan ripercorre il «catalogo» delle idee sulla morte e, attraverso un ininterrotto e coinvolgente sfoggio di arte maieutica, ci aiuta a liberarci di luoghi comuni e pregiudizi, accompagnandoci alla scoperta di un nuovo senso delle cose.
«Possiamo essere tristi perché moriremo, ma questo sentimento dovrebbe essere compensato dalla consapevolezza di quanto siamo stati fortunati per avere avuto l’opportunità di vivere.»



fonte: librimondadori.it








venerdì 13 settembre 2019

Intelligenza artificiale, il meglio deve ancora venire




Intelligenza artificiale, il meglio deve ancora venire

 di Eugenio Cau

Non fatevi fregare dai catastrofisti. L’AI ha generato paure nevrotiche e fantascientifiche. 
Ma se ci liberiamo dalla fuffa, scopriremo che siamo entrati in una nuova era di opportunità


giovedì 27 giugno 2019

Il pensiero, prima della parola e dell'azione: agere sequitur esse (da san Gregorio di Nissa)


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dal trattato "L'ideale perfetto del cristiano" di san Gregorio di Nissa, vescovo (PG 46, 283-286)

Tre sono gli elementi che manifestano e distinguono la vita del cristiano: l'azione, la parola e il pensiero. Primo fra questi è il pensiero, al secondo posto viene la parola che dischiude e manifesta con vocaboli ciò che è stato concepito col pensiero. Dopo, in terzo luogo, si colloca l'azione, che traduce nei fatti quello che è stato pensato. Se perciò una qualunque delle molte cose possibili ci porta naturalmente o a pensare o a parlare o ad agire, è necessario che ogni nostro detto o fatto o pensiero sia indirizzato e regolato da quelle norme con le quali Cristo si è manifestato, in modo che non pensiamo, né diciamo, né facciamo nulla che possa allontanarci da quanto ci indica quella norma sublime. E che altro, dunque, dovrebbe fare colui che è stato reso degno del grande nome di Cristo, se non esplorare diligentemente ogni suo pensiero, parola e azione, e vedere se ognuno di essi tenda a Cristo oppure se ne allontani? In molti modi si può fare questo importante esame. Infatti tutto ciò che si fa o si pensa o si dice, sotto la spinta di qualche mala passione, questo non si accorda affatto con Cristo, ma porta piuttosto il marchio e l'impronta del nemico, il quale mescola alla perla preziosa del cuore il fango di vili cupidigie per appannare e deformare il limpido splendore della perla. Ciò che invece è libero e puro da ogni sordida voglia, questo è certamente indirizzato all'autore principe della pace, Cristo. Chi attinge e deriva da lui, come da una sorgente pura e incorrotta, i sentimenti e gli affetti del suo cuore, presenterà, con il suo principio e la sua origine, tale somiglianza quale può aver con la sua sorgente l'acqua, che scorre nel ruscello o brilla nell'anfora. Infatti la purezza che è in Cristo e quella che è nei nostri cuori è la stessa. Ma quella di Cristo si identifica con la sorgente; la nostra invece promana da lui e scorre in noi, trascinando con sé per la via la bellezza ed onestà dei pensieri, in modo che appaia una certa coerenza ed armonia fra l'uomo interiore e quello esteriore, dal momento che i pensieri e i sentimenti, che provengono da Cristo, regolano la vita e la guidano nell'ordine e nella santità. In questo dunque, a mio giudizio, sta la perfezione della vita cristiana, nella piena assimilazione e nella concreta realizzazione di tutti i titoli espressi dal nome di Cristo, sia nell'ambito interiore del cuore, come in quello esterno della parola e dell'azione.

mercoledì 19 giugno 2019

mercoledì 5 giugno 2019


La morte "on demand"

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Il caso di Noa Pothoven la ragazza di 17 anni che ha ottenuto il suicidio medicalmente assistito, in Olanda suo Paese natale, a causa della sofferenza psichica di cui non riusciva a liberarsi a seguito di diversi stupri subiti, apre il dibattito su quella che viene chiamata ormai "morte on demand" ossia morte su richiesta.
Al di là della retorica ideologica e delle posizioni che legittimamente difendono coloro che intervengono nel dibattito culturale e pubblico su queste tematiche, sembra opportuno chiarire i termini che potrebbero rientrare in tale discussione, attraverso una serie di interrogativi. Prima di tutto occorrerà chiedersi: può la morte essere oggetto di diritto? Non dovrà essere invece considerata come un dovere inscritto nel limite della natura? Non entra lo Stato in contraddizione quando difende contemporaneamente il diritto alla vita e il diritto alla morte? Tale contraddizione non dovrà essere legittimamente definita barbarie? O bisognerà considerare la morte on demand come un qualunque altro servizio sanitario? (cf. Editoriale Il Foglio 5 giugno 2019)
Sicuramente dobbiamo sottolineare che questa questione apre la riflessione su qualcosa di ben più radicale che una semplice contrapposizione di "fanatici" ossia l'approdo al "Mondo Nuovo" che si profila davanti a noi: il mondo post-umano! E questo richiede uno sforzo di riflessione comune e senza pregiudizi di qualsiasi tipo.


mercoledì 29 maggio 2019



Da segnalare un convegno internazionale organizzato dall'Università di Padova e dal Master in death Studies diretto dalla Prof.ssa Testoni sulla morte e il lutto: dalle teorie alle terapie.




In questo blog si vuole parlare del dialogo possibile tra due " arti", la medicina e la spiritualità che per troppo tempo hanno...