EMANUELE SEVERINO: L’APPARIRE
DELLA MORTE
Come per tutti
i mortali anche per Biagio de Giovanni c’è “qualcosa di ineluttabile” “nella
condizione mortale dell’uomo”, cioè la morte, “la prova inconfutabile”,
“l’irrefutabile cogenza” che “l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla” – con
l’inaccettabile risultato che ciò che chiamo ‘destino’ “si scontra con il fatto
che l’uomo muore” (Biagio de Giovanni, Disputa sul divenire Gentile e Severino,
Editoriale Scientifica, Napoli 2013, pp, 83-84, corsivo mio), sì che ad esser
follia, alienazione non è l’affermazione del divenire, ma il destino.
Ho mostrato i presupposti arbitrari di questo tipo di obbiezioni sin da quando
me le sono poste a metà degli anni ’60 (Cfr. Essenza del nichilismo, 1971, II
ed., Adelphi, 1981). Richiamo qui la direzione complessiva della risposta che
ad esse va data. Il destino della verità non nega ma è anzi l’apparire
incontrovertibile della morte dell’uomo che muore, e di come muore, e del suo
cadavere che resta dopo che la “vita” di quel corpo ha avuto compimento e non
continua. Ma questo compimento e non continuare, che incontrovertibilmente
appaiono (e ogni loro affermazione compiuta al di fuori del destino è solo
fede, errare, ipotesi) non sono l’annientamento di ciò che ha avuto compimento
e non continua. Testimoniando il destino, i miei scritti hanno ‘sempre’ negato
che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal nulla e che la morte
sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che ‘questo’ andare e
venire ‘ non è un “fatto”, come invece il linguaggio di de Giovanni afferma nel
suo trovarsi inscritto nella fede dei “mortali” (il “mortale” essendo appunto
chi ha questa fede e vive conformemente ad essa).
Infatti, cosa significa che il dolore, l’agonia, la morte dell’uomo (e il
perire dei viventi e delle cose) sia un “fatto”? Significa che ‘se ne fa
esperienza’, cioè che si manifestano, appaiono, si mostrano, (E il destino
mostra – anche qui rinvio ai miei scritti – ‘perché’ ciò che appare non può
essere negato; il perchè che manca alla fenomenologia, nella quale questa
innegabilità rimane un dogma). E’ incontrovertibile che appaia l’orrore della
morte – che è sempre la morte altrui – e che, esso manifestandosi, si faccia
esperienza della radicalità del processo (che i mortali chiamano “distruzione”,
“annientamento”) nel quale, dopo la legna che brucia, appare la cenere e della
legna appare solo il ricordo. (E ogni vivente e ogni cosa del mondo è legna che
brucia).
Ma, detto questo, la convinzione dei mortali che la morte sia un andare nel
nulla ‘non è, insieme’, convinzione (‘è impossibile’ che sia, insieme,
convinzione) che l’uomo vada nel nulla ‘ma’ che, insieme, continui ad essere un
“fatto” che appare e appartenga al contenuto dell’esperienza – che gli
appartenga nello stesso modo in cui gli apparteneva prima di annientarsi. E’
impossibile che il credere che le cose vanno nel nulla sia unito al credere
che, ciononostante, esse, pur annullandosi e diventate nulla, continuino ad
apparire come apparivano prima di annullarsi – continuino ad essere un “fatto”.
Secondo la stessa convinzione che le cose vanno nel nulla, nell’esperienza può
rimanere, sì, il ricordo di coloro che sono andati nel nulla (appare il loro
ricordo; il ricordo è un “fatto”), ma non rimane, non continua ad apparire il
“fatto” costituito dal loro esser stati vivi: non si fa più esperienza della
loro vita annientata.
La convinzione, dunque, che la morte sia annientamento è insieme
(necessariamente, anche se non sempre consapevolmente) la convinzione che – pur
essendoci stata esperienza dell’agonia e del restare lì del cadavere – ciò che
è diventato niente è diventato anche qualcosa che non appartiene più
all’esperienza, non è più un fatto. [ … ]
La conseguenza di quanto si è rilevato – ed è conseguenza che è innanzitutto il
destino a trarre con necessità (anche se il mortale può a sua volta ‘credere’
che questa sia la conseguenza che deve essere tratta) – è che, dunque, è
impossibile che l’esperienza mostri alcunché di ciò che, se è diventato nulla,
è necessario che sia insieme uscito dall’esperienza. E’ impossibile che
l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è uscito dall’esperienza.
Ma se ciò che si crede che sia andato nel niente è insieme uscito
dall’esperienza, allora è anche impossibile che l’esperienza mostri che esso è
diventato niente. Della sua sorte l’esperienza non può che tacere: Cioè
l’annientamento non può essere un “fatto”. se poi il cadavere viene bruciato e,
come si dice, “diventa cenere”, allora anch’esso, ‘come tutta la vita passata
di chi è morto’, che è vita altrui, esce dall’esperienza – sebbene ne rimanga
il ricordo.
E, daccapo, che il cadavere stesso,diventando cenere, sia diventato niente,
nemmeno questo può essere l’esperienza ad attestarlo: come essa attesta che
prima appariva la vita altrui e poi è apparso il suo compimento,il suo non
proseguire e il suo cadavere, così l’esperienza attesta che prima appariva il
cadavere – o l’ultimo residuo di legna – e poi la cenere.
E quel compimento e non proseguimento non sono l’annientamento di ciò che è
stato, ma il completamento dell’apparire di un certo’insieme’ di eventi
(essenti) che è andato via via manifestandosi, e che è un passato non in quanto
sia diventato niente, ma in quanto, appunto, è un che di completato, un
‘perfectum’. ( Ad esempio, la legna nel camino prima che la si accenda, quando
incomincia a bruciare, quando è completamente avvolta dalle fiamme, quando
appare più cenere che legna che brucia, quando appare solo la cenere sono l’
‘insieme’ il cui apparire ha avuto compimento quando non appare più legna ma
solo cenere – quando non appare più vita ma solo il cadavere).
Dunque la convinzione che la morte sia annientamento non ha come base il
contenuto che si mostra nell’esperienza, ma, anche senza rendersene conto, si
fonda su su costruzioni più o meno consistenti, più o meno complesse:
costruzioni terico-concettuali, cioe ‘teorie’ costituite da interpretazioni,
ipotesi, abitudini,fedi, inferenze, deduzioni e costrutti ìa priori’. Qualunque
sia, il loro fondamento non è l’esperienza, l’apparire degli essenti.
Qui ci si limita a rilevare che nella misura in cui – nell’esser abitata, la
terra, dall’uomo – è possibile parlare delle prime forme di esperienza umana,
quando in esse il morire compare, ospite sconosciuto, i vivi si fermano
atterriti di fronte alle configurazioni sconcertanti e orrende della morte dei
loro simili. Restano colpiti dal prolungarsi dell’assenza della loro vita. Un
po’ alla volta si abituano a constatare che i morti non ritornano, vivi, non
seguono l’esempio del sole che invece si convince a risplendere di nuovo, dopo
la notte. Anche e forse sopratutto su questa base, quando si fa avanti la
riflessione filosofica sul nulla, si pensa che ciò che non ritorna sia
diventato niente e si crede di sperimentarne l’annientamento osservandone il
cadavere, i resti, le ceneri.
[ … ]
Da questi cenni (che andrebbero ben altrimenti esposti) si può trarre
innanzitutto questa conclusione: che la sconcertante tesi che, al centro dei
miei scritti, afferma l’eternità di ‘tutto’ ciò che esiste (di ogni cosa,
stato, situazione, relazione, forma, materia, evento,istante, ogni essente che
appare e non appare) ‘non’ è, come invece anche de Giovanni ritiene un
“paradosso”, una follia che “si scontra” con l’esperienza, cioè “con il fatto
che l’uomo muore”. Ma, ‘all’opposto’, a scontrarsi con l’esperienza sono coloro
che – affermando la sua capacità di attestare l’annientamento degli uomini e
delle cose – vedono in essa ciò che in essa non c’è e non può esserci.
( Il brano è tratto da: Emanuele Severino, Sul divenire. Dialogo con Biagio de
Giovanni, Mucchi Editore, Napoli 2014, pp. 22-28).
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